FU ELEONORA D’ARAGONA MOGLIE DI ERCOLE I D’ESTE AD ISPIRARE L’ARRIVO DEGLI EBREI SEFARDITI A FERRARA (1492)
Nel 1492, anno che per la sua eccezionalità sancisce convenzionalmente la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento, mentre a Ferrara fervevano importanti lavori che le avrebbero cambiato radicalmente la fisionomia trasformandola in una capitale meritoria della qualifica di “prima città moderna”, nel resto del mondo, oltre alla scoperta dell’America, si stavano verificando importanti avvenimenti, alcuni dei quali avrebbero influenzato anche la vita ferrarese.
Già undici anni prima i sovrani di Spagna avevano iniziato la campagna di “reconquista” per l’eliminazione dell’ultimo regno musulmano presente nella penisola iberica, rappresentato dall’emiro nasride Boabdil (Muhammad XI) di Granada. Alla fine la resistenza moresca, grazie alle forze castigliane e catalano-aragonesi, fu vinta ed i re cattolici entrarono trionfalmente nella città conquistata (6 gennaio 1492) respingendo verso l’Africa originaria le insegne islamiche.
Così finalmente la Spagna, nella sua interezza, poteva entrare a far parte del mondo cristiano, nonostante vi si riscontrassero impressionanti mescolanze di razze, costumi e religioni: cristiani, ebrei e musulmani si erano confusi in una convivenza che aveva determinato, oltre tutto, innumerevoli conversioni o abiure di comodo, per non parlare poi delle tante eresie che stavano dilagando e che l’Inquisizione era impegnata a combattere con ogni mezzo.
Onde iniziare un’opera moralizzatrice, i sovrani cattolici (per la verità più Isabella che Ferdinando) il 31 marzo dello stesso anno sancirono l’espulsione di tutti gli ebrei dalla Spagna. Di lì a poco, però, questo provvedimento si sarebbe dimostrato non solamente avventato, ma addirittura negativo per l’erario spagnolo e a tutto vantaggio di quegli stati (fra questi anche il Ducato di Ferrara) che avrebbero accolto gli esuli, poiché le comunità ebraiche producevano e facevano circolare ricchezza.
Un folto gruppo di questi “Sefarditi” (così venivano chiamati gli ebrei spagnoli) espulsi da Zamora, città della Castiglia-Leòn, era giunto a Genova ma, non essendo stato loro concesso di sbarcare, restarono bloccati per diversi mesi sulle banchine del porto, senza cibo e sussistenza.
Venutone a conoscenza, Ercole I d’Este invitò a stabilirsi in Ferrara una ventina di queste famiglie, offrendo loro privilegi “più ampi di quelli concessi agli altri ebrei italiani” che godevano di diritti più limitati (facoltà di seguire i loro riti e mantenere le sinagoghe, un cimitero e una locanda per ospitare gli ebrei di transito). Così le famiglie Samorani e Zamorani, tuttora fiorenti nella nostra città, che in varie epoche hanno notevolmente contribuito al lustro cittadino, altro non sono che discendenti da quegli esuli.
Secondo la tradizione popolare sarebbe stata però Eleonora d’Aragona, consorte del duca, la vera ispiratrice del marito nella politica di ospitalità: ben conoscendo l’abilità, la manualità, l’industriosità e l’intraprendenza di quei mercanti, artigiani e banchieri, contava sul fatto che, aiutando i nuovi venuti, questi avrebbero potuto introdurre nella città estense “commerci ed artigianato di lusso per produrre ed importare stoffe preziose, ricami e gioielli” (L. Chiappini). Però l’interesse della principessa non era certamente finalizzato a soddisfare i propri capricci ed ambizioni (ben sappiamo quanto fosse modesta e schiva e come rifuggisse ogni forma di esibizione e chiassosa eleganza), ma a rinvigorire l’economia del Ducato, impoverita in quel periodo dai grandi lavori di bonifica ed urbanistica per “l’addizione erculea”, nonché dalla recente guerra contro Venezia.
Ancora oggi, al civico 41 dell’antica via “di Gatta marcia”, ribattezzata via Vittoria (per i riacquisiti diritti degli ebrei e l’abbattimento delle porte del “Ghetto”), è possibile ammirare, austera superstite alle invettive del tempo e degli uomini, ciò che rimane della “splendida sinagoga spagnola” fondata, appunto, il 20 novembre 1492, epica testimone di quegli eventi.
Ma Eleonora, purtroppo, non potè mai vedere i germogli del seme da lei gettato: morirà l’anno seguente (11 ottobre), allo scadere dei soli vent’anni di sua permanenza in Ferrara, fra l’unanime costernazione ed il cordoglio di quanti la conobbero o godettero dei suoi benefici, poiché era molto amata “per le sue virtù et bontade, et perché in lei non era pompa né vana gloria alcuna” (U. Caleffini). La sua prematura scomparsa colpì particolarmente il duca Ercole che “perdeva non solo l’amore di una donna eccezionale (…), un consiglio fidato, la sicurezza di un parere a lungo soppesato, il conforto di un superiore equilibrio morale, ma anche l’appoggio di una collaboratrice che aveva dato così chiare prove della propria attitudine al governo” (Chiappini). Tutti “i grandi elogi di questa viril donna non eguagliavano i suoi meriti” (A. Frizzi).
Fu sepolta (la prima di tutti gli Estensi a venire) “nella chiesa del Corpus Domini, vestita da clarissa, come ella stessa aveva disposto con francescana umiltà” (T. Lombardi), accompagnata “da li frati de San Francesco e de San Spirito, con 1000 torce imprexe, seguendo el corpo il prefato duca nostro e tutti li fioli e soi fratelli con molti zentilhuomini et citadini piangendo la perdeta de tanta madona” (B. Zambotti). Le centinaia di persone che seguivano il feretro erano vestite di pesante, nonostante l’ancora calda stagione, poiché “il panno nero fu a loro dato per farsi il vestimento da duolo” (M. Equicola d’Alveto).
Paolo Sturla Avogadri
paolo.sturlavogadri@alice.it
filmato flash
Ripagrande Hotel - via Ripagrande, 21 44100 - Ferrara (Italy)