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FERRARA
dal 28/04/2010 al 31/08/2010
NOTE SULLE REALTÀ MERCANTILI DEL RINASCIMENTO. Un esempio: Piazza delle Erbe a Ferrara (oggi Piazza Trento e Trieste) , usi e costumi dell’epoca.
Ferrara - Piazza Trento e Trieste, un tempo Piazza delle Erbe Le esperienze fieristiche dell’età medievale e del primo ‘500 costituirono il cuore del sistema economico europeo nel suo aspetto mercantile e finanziario.

Ogni fiera era dominata in molti casi da mercanti toscani, genovesi, lombardi, veneziani.

Il territorio era comunque costellato da fiere o sistemi di fiere di dimensioni più ristrette, legate soprattutto a festività di carattere religioso durante le quali banchi e tende occupavano le piazze antistanti le chiese per poi disperdersi nelle vie circostanti o negli ampi prati all’esterno delle mura.

Tra il Due e il Cinquecento, in realtà, le città mercantili italiane erano delle grandi fiere permanenti - spesso le fiere si trasformavano in mercati e viceversa - dove si poteva acquistare di tutto nelle botteghe, nei fondaci, nei magazzini. I manufatti che uscivano dalle laboratori artigianali urbani e dalle case dei contadini dell’Italia settentrionale venivano scambiati con i prodotti agricoli (olio, vino, grano) dell’Italia meridionale, con i tessuti di produzione tedesca (di qualità inferiore a quelli italiani e quindi più appetibili per i ceti umili), con materie prime (cera, cuoio, lana, pelli, materie tintorie, legname, ferro, spezie, sapone) e bestiame (bovini, suini e specialmente equini) di ogni genere.

Una bella città – nel Rinascimento - doveva avere una piazza principale connotata dal palazzo municipale con la sua loggia, ed una piazza del mercato, circondata da case porticate con le loro botteghe. Nella piazza principale erano ammesse le corporazioni di maggior prestigio e i commercianti più nobili (notai, banchieri, grandi mercanti, cambiavalute, orafi, speziali, merciai, sarti, commercianti di cereali, solo qualche volta le pescherie).

I beccai, o beccari, pur essendo una categoria ricca e prestigiosa, vengono in un primo momento dislocati accanto ai corsi d’acqua per motivi di igiene, poi relegati ai margini della città o fuori le mura all’interno di un vero e proprio “macello”.

Nella piazza del mercato trovano, infine, posto i venditori di stoffe, calzature, vino, olio e tutti gli altri alimenti quotidiani come i “frutti”.

Occorre arrivare al tardo Rinascimento per ritrovare la concezione del mercato come edificio tipicamente organizzato o almeno come grande loggia a destinazione fissa.

Nella seconda parte del sedicesimo secolo, nel nostro paese il tentativo di rilancio delle attività e dei traffici economici, dopo la crisi seguita alla forte caduta della popolazione decimata da eventi pestilenziali, passa invece proprio attraverso il radicamento di queste riunioni, sia nel territorio che nelle realtà urbane: si riordina il calendario delle manifestazioni, se ne prolunga la durata, si istituiscono dispositivi protezionistici, si punta alla realizzazione di una struttura fisica ad hoc destinata da un lato a riparare uomini e cose con pretese di decoro e di abbellimento, dall’altro a meglio definire luoghi e gerarchie interne (ad esempio la distribuzione delle botteghe grandi e di quelle piccole, con relativo posizionamento sui percorsi più frequentati) e facilitare il controllo degli scambi e del prelievo fiscale.

Per lo più nati dall’aggregazione di venditori ambulanti, fiere e mercati rappresentano un capitolo significativo nella storia del cibo di tutti i tempi, elemento caratterizzante del tessuto urbano, sia dal punto di vista strettamente urbanistico, sia per la complessità dei rapporti che intorno ad essi si venivano a creare.

La cultura economica del Rinascimento individua nella fiera un elemento propagatore di ricchezza, che attira l’insediamento stabile di facoltosi stranieri e fa rinascere la popolazione, riattivare antiche manifatture e svilupparne di nuove.

Anche laddove si continuano ad organizzare eventi caratterizzati dalla presenza di strutture mobili, l’intervento della città si fa sempre più puntuale e restrittivo sui modi di occupazione dello spazio pubblico e sulla complessa rete delle relazioni socioeconomiche che governavano rigidamente le aree fieristiche.

E’ in questo periodo che vengono costituite sul fianco del Duomo di Ferrara il sistema di botteghe con porticato antistante, detto Loggia dei Merciai, visibile ancora oggi e che affaccia sulla piazza del mercato, detta Piazza delle Erbe, e per farlo venne chiuso un ingresso laterale alla basilica, detto “Porta dei Mesi”, che era ornata con formelle in bassorilievo delle quali alcune sono esposte nel museo del Duomo all’inizio di Via San Romano.

Sul lato sud della Cattedrale sono presenti ancor oggi una serie di portici, denominati “Loggia dei Merciai” sotto i quali vi sono negozi.

Le botteghe, di proprietà dei mercanti ebrei, occuparono il lato della cattedrale già a partire dal 1300. Inizialmente si trattava di bancarelle ambulanti appoggiate al muro della chiesa sotto i portici in legno.

Nel 1332 un rovinoso incendio distrusse tali portici che vennero ricostruiti con annessi i negozi, questa volta rivolti verso la piazza, di conseguenza vennero coperti gli statuti cittadini che dal 1173 erano affissi lungo tutto il fianco della Cattedrale.

Le botteghe terminavano a ridosso della “Porta dei Mesi”(in corrispondenza di Via S. Romano, detta anche Porta dei Pellegrini, che di qui uscivano per raggiungere Roma), nel 1471, per le nozze di Ercole I con Eleonora d’Aragona, furono costruite anche sul secondo tratto di facciata, andando ad occultare la porta dello Staio, dove erano conservate le misure ufficiali. Questo a dimostrare che la Chiesa cattedrale non era considerata solo un luogo di culto, ma era l’edificio più importante della città, intorno al quale ruotava tutta la vita della popolazione, in questo caso quella legata al commercio.

Nella Piazza delle Erbe, accanto alla Cattedrale di San Giorgio ed agli altri edifici pubblici potevano sostare tutti coloro che avavano merci da vendere. Le merci in vendita erano generi alimentari come biade, legumi, ortaggi, pesce (compreso lo storione allora presente in abbondanza nel Po) e carni conservate; prodotti per l'abbigliamento come drappi, scarpe e tessuti di vario genere. Nei primi tempi ciascun mercante si sceglieva il luogo in cui esporre la sua merce in modo libero. Con il passare del tempo però, divennero normali certe sistemazioni ben precise:
• i drappieri stavano nelle botteghe sotto il Palazzo Comunale,
• i tessuti meno pregiati venivano esposti all'esterno,
• i fruttivendoli, i venditori di castagne e fichi secchi si disponevano fra il campanile e la Chiesa di San Crispino.
Precise regole dovevano essere rispettate nella Piazza:
• i banchi dei mercanti dovevano consentire alla gente di circolare,
• il mercato si faceva il sabato, ma in occasione di una festività si anticipava al venerdì,
Nel 1287, quando già si era rafforzato nella città il dominio degli Estensi, comparvero i primi "Statuti", cioè leggi che regolavano la vita della città e che ci dimostrano ancora oggi l'interesse che gli abitanti ed i governanti di Ferrara avevano nei confronti della loro città.
Non si poteva occupare il suolo pubblico senza autorizzazione; soprattutto gli artigiani non potevano sistemare tavoli, panche e cassoni nelle strade e nei portici.

Per l'igiene veniva dato l'ordine di non scaricare nelle vie pubbliche le immondizie e di ripulire due volte all'anno le "andronelle", piccoli canaletti di scolo che si trovavano a fianco delle case. Lo stesso rispetto che si chiedeva per le strade lo si pretendeva anche per il Po. I cittadini erano consapevoli che la loro vita dipendeva in gran parte dalla presenza del fiume, perciò c'era il divieto di scaricare sostanze inquinanti in esso.

La protezione e la difesa delle acque avveniva anche attraverso un altro statuto: non si potevano macerare lino, canapa e pelli nelle acque del fiume; non si potevano scaricare animali morti. In caso di mancato rispetto di tali norme era prevista una multa molto pesante e nel caso in cui il colpevole non fosse in grado di farvi fronte, rischiava l'amputazione pubblica di un piede.

Una volta alla settimana bisognava rimuovere le immondizie dalla strada. I cittadini dovevano anche spazzare d'estate e togliere il fango d'inverno. I macellai avevano l'obbligo di eliminare gli scarti della macellazione gettandoli in apposite fosse e pozzi.

Anche l'inquinamento atmosferico era tenuto sotto controllo: i conciatori di pelli dovevano lavorare fuori dalle mura della città per non disturbare con gli odori del loro lavoro e rendere difficile la respirazione. Lo stesso era richiesto ai fabbri, a causa del vapore e dell'odore che si sprigionava lavorando i metalli.

Per essere considerato cittadino ferrarese occorreva:
Abitare in città da almeno dieci anni
Avere una rendita non inferiore a 6000 ₤
Contribuire agli oneri comunitari (pagare le tasse)
Avere una vita civile e onesta da sempre
Per vita civile si intendeva: essere sposati, non essere agricoltori,non essere mercanti

Per essere considerati onesti non bisognava svolgere "attività infamanti". Ossia non si doveva essere: un macellaio, un becchino, un facchino, un attore, una guardia di finanza

Link - Storia di Ferrara

Loggia del Mercato Nuovo a Firenze

LA PORTA DEI MESI DEL DUOMO DI FERRARA E I SUOI INFLUSSI AD AREZZO, FIDENZA E TRAU': un capolavoro poco conosciuto
 

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